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6 thoughts on “Perché leggere i classici a fumetti

  1. permettimi una domanda: se l’adattamento o la “riduzione” di un classico della letteratura può avere senso nel momento in cui è un’operazione mirata a bambini e/o ragazzi (“consente ai giovani lettori di leggere storie che nella loro versione originale risulterebbero troppo complesse”), quindi riconducibile ad uno specifico segmento editoriale, quanto invece ha senso se fatto con romanzi adulti in fumetti per adulti?
    La domanda la poni proprio tu: “Che senso può avere tradurre un classico nel linguaggio del fumetto, alterando inevitabilmente la sua forma originale e perfetta?”
    Eppure la Tunuè lo sta facendo eccome.
    Molte delle ultime graphic novels del suo catalogo (e molte di quelle che sta annunciando) sono adattamenti-riduzioni di romanzi già originali e perfetti. Che senso ha leggerli a fumetti, quando io – adulto – posso leggermi direttamente il romanzo?

    • Gentile Fabio, penso che un classico sia tale proprio perché riesce a generare intorno a sé una fioritura spontanea di immagini, riscritture, traduzioni, interpretazioni e trasposizioni in altri linguaggi comunicativi – tutte cose che nel classico trovano la loro ragion d’essere e che quindi al classico riportano, sempre e comunque. Rileggere un classico a fumetti da adulto (o osservare un quadro o guardare un film a esso ispirato) ti può portare a riscoprire il contenuto universale, e quindi antico ma sempre nuovo, epigrafico ma sempre fresco, che la sua forma originale, spesso segnata dal tempo, conserva. E quindi convincerti a leggerlo o rileggerlo quando fino a quel momento non l’avevi fatto. L’adattamento è, per come lo vedo io, un processo di apertura verso il classico, di eterno ritorno.

      • @Fabio e @Mara Fam

        Mi permetto di offire un punto di vista diverso, con un paradosso.
        Mettiamo che fra cento anni si siano perse le tracce di tutte le versioni possibili ed esistenti de “L’Isola del Tesoro” di Stevenson, compreso l’originale letterario.
        Invece, per “X” motivi (la Rizzoli-Lizard governa il mondo o che ne so io…) sopravvive la (meravigliosa) versione a fumetti di Hugo Pratt.

        Un adulto, o un bambino, leggono quella versione e la trovano bellissima. Perché, senza ombra di dubbio la trama è talmente bella che affascinerebbe comunque e l’adattamento grafico di Pratt è una gioia per gli occhi dalla prima all’ultima tavola.

        La domanda che vi faccio e che mi faccio: siamo/siete tanto sicuri che qualcuno sentirebbe l’assenza dell’originale? Cioé di quella che voi chiamate “la forma perfetta” della letteratura?… Io vi devo dire la verità non ne sono tanto convinto. O meglio penso che bisogna sempre distinguere due piani: la forza della narrazione e il linguaggio con cui la si racconta. Sono due dimensioni, inevitabilmente sovrapposte, ma non coincidono del tutto.

        Certo, caspita, il romanzo di Stevenson è meraviglioso anche per come è scritto. E Stevenson ha pensato la sua storia per raccontarla con la prosa letteraria. Ma ciò non toglie che la narrazione metta in gioco figure, significati, emozioni che sono lì nel nostro immaginario, prima ancora che nella forma espressiva con cui viene rappresentato. …Il piccolo Jim, l’ambiguo Long John, il triste Flint, ti appassionano, sia in una pagina di romanzo, sia dentro una vignetta, perché ci smuovono qualcosa dentro, perché ci ricordano tutti i Jim, Long John, Flint che abbiamo incontrato o potremmo incontrare nella nostra vita.

        Per chiudere con il nostro paradosso, io penso che la gente continuerebbe ad amare “L’isola del tesoro” anche se si perdesse il ricordo dell’originale letterario. La amarebbe nella versione di Pratt che certo è diversa dal romanzo, ma dubito che la si possa definire “meno perfetta”. Io direi invece che è perfetta in una maniera diversa.

        Perché ovviamente la stessa storia raccontata in letteratura, nel cinema o nel fumetto non sarà mai la stessa storia. Ogni traduzione tra un idioma e l’altro, tra un linguaggio e l’altro, costituisce per forza anche un “tradimento”. Ma non possiamo focalizzarci solo su ciò che va perso: dobbiamo tener conto anche di cosa il linguaggio nuovo aggiunge.

        Non sto, ovviamente dicendo, che qualsiasi versione a fumetti vale l’originale letterario. Bisogna valutare, di caso in caso, la qualità della resa, il respiro e il senso dell’operazione… Però non v’è dubbio che in alcuni casi gli adattamenti risultino opere straordinarie, con una forza narrativa tale, da farci dimenticare l’originale, o per lo meno, da potergli tenere testa.
        Purtroppo il termine “riduzione” è figlio di un tempo in cui al fumetto queste potenzialità espressive e questa dignità linguistica, si faticava a riconoscerle per tanti motivi (pregiudizi, contesti, etc.). Ma oggi avendo davanti gli adattamenti di Pratt, Battaglia, Corben, Eisner, Breccia, De Luca etc. non possiamo perseverare nell’errore.

        Mi scuso per la lunghezza chilometrica del commento, spero di non avervi annoiato troppo.

  2. Un classico, penso, è un punto di partenza. Eventualmente un punto di arrivo, e da qui di nuovo di partenza. Quindi ha senso quello che dici, non è per niente un paradosso.

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